Pezzi di Pan
L'ultimo giorno di Dedica
di Antonio Padovano

Sono un gran titolista, sapete? Me ne vengono in mente tanti. Prendete questo: Questo articolo è scritto su questa pagina. ovvero, “Pezzo” in un massimo di tremila caratteri. Che ve ne pare? Da piccolo sognavo pennelli e tela, poi i tempi mi hanno riservato altro. Dite sia triste? No! il messaggio è che “Ci si adegua a tutto”, non ve l’hanno insegnato?

Quello era un giorno caldo come ce ne sono tanti, io scesi di casa: Via dei Mille – Pan, e cosa ci trovo? Un’illuminazione! Era il 17.03.2007 (altro titolo: Visita a Dedica – 20 anni della Galleria Alfonso Artiaco, a cura di Julia Draganovic.) il giorno della mia rivincita sull’arte.
Sarà stata l’ora, sarà che in media il Palazzo delle arti conta circa 500 visitatori al mese e che quella era l’ultimo giorno della mostra – è in preparazione la prossima, “Eroi come noi” – ma l’ingresso era deserto. Pagato il biglietto, scambiati i convenevoli alla cassa, ero dentro: due piani di mostra, 32 artisti in tutto e una donna sola al negozietto, felice e fiera di vendere cataloghi e dar via locandine. Non era facile, no: sfoderai il quaderno, brandii la penna, abbandonati che avevo tavolozza e colori, e feci fuori il mio primo ostacolo (Mi dispiace, ma questi sconti non sono alla mia portata. Se lo tenga, quel catalogo…).

Piano terra: la compagnia della comunicazione. Da un punto indefinito dell’enorme palazzo giungeva una musica inquietante, rumori diffusi la interrompevano. Neanche all’orecchio veniva il richiamo che la scala era lì, già m’invitava a un diverso livello che sapevo di dovermi guadagnare. Guardai bene alle mie spalle, la sagoma viola del mio quaderno tremò proiettata sui gradini e…
Cornici vuote di Giulio Paolini accerchiarono le pareti e mi attaccarono con svariate forme del comunicare artistico. Mi sentii perso, senza spazio sulle pareti a cui aggrapparmi. Mi rifugiai tra le nebbie e lo spazio dell’opera di Ann Veronica Janssen e attesi il momento giusto in cui salire. E ci riuscii alla grande.

Primo piano: lo spazio e il colore nello stomaco. L’azione sapevo che non mi avrebbe abbandonato alla stasi, e la solitudine di quelle sale non presagirono nulla di buono. Subii l’attacco di Thomas Hirshhorn con un fendente allo stomaco per l’impatto delle sue foto, scattai nella sala ambigua, dove mi rifocillai all’ombra di sei sfere di Mainolfi, e proseguii chiedendo riparo nella sala più grande delle utopie di Botto e Bruno. (Possibile che qui non ci sia altri che io?)

Secondo piano: queste parole sono scritte su questo muro, ma dietro c’è un video che gira intorno a un camion. Mi stupii alquanto della poca attenzione al Palazzo in sé. Era grande, parecchio desolato e ospitava soltanto opere; io ero giunto alla fine del viaggio, fermo a guardare la parete di Sol Le Witt. Poi cercai la locandina che avevo preso all’ingresso: possibile che fosse vuota? Non una parola in merito alle opere, non una foto: ero stato lasciato a confrontarmi con opere immense, nel silenzio più assoluto; e ne uscii parecchio a pezzi. Nella sua opera, Penone continuava a fare i girotondi attorno al camion, cercandovi qualche residuo di memoria.

La discesa verso l’uscita, neanche la ricordo. Mi son fermato a parlare con la donna del negozio, ma solo per intendere lo stato di desolazione in cui eravamo. Non si sa se si tratta di una mania, nessuno crede sia quello il metro adottato dalle grandi capitali europee. Cos’è questa fame d’arte contemporanea che da dieci anni si esprime nel tessuto urbano? Non credo di saperlo a pieno, ma per favore, Provate a mangiare più pezzi di Pan. questo non è un titolo.

17/03/2007
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