“Il Tirreno ci rendeva immuni, bambini sacri della sua acqua che era una lingua di madre lupa che ci pettinava…”.
E’ quasi impossibile parlare di un’opera di Erri De Luca senza utilizzare neanche un corsivo che possa farlo assaporare. Impossibile, almeno per me (ma ho riscontrato l’identico “vizio” in numerose altre recensioni: leggere per credere). Mi ritrovo ad annotare troppe frasi su frasi: rintraccio sempre nella sua forma stilistica, nella composizione della maggior parte dei periodi, una perfezione ed un equilibrio rari, e mi sorprendo ogni volta incantata nel mentre della mia lettura. E encantada, devo citarlo. D'altronde la sua abilità da incantatore con le parole non è di certo una novità o una dote piovuta dal nulla, improvvisata, casuale. C’è un grande studio accanito alle spalle, anche di una lingua come l’ebraico antico; c’è un amore nei confronti della parola, che spesso raggiunge il sano feticismo.
”…Conoscevamo il sole del tramonto sui muscoli usati, che ci fermava e ci addolciva il buio...”.
”Non ora, non qui” è un viaggio nel passato, il tentativo di ridurre le distanze con ciò che è stato, con le persone avute attorno. Dicono che probabilmente è proprio questo il libro più bello tra i suoi. Il primo, pubblicato nell’1989 da La Feltrinelli. Un immersione, a partire da una foto, in un mondo lontano: l’infanzia. Con i suoi fantasmi ed i suoi eroi, con le sue violente e gioiose passioni e le sue inquietudini profonde senza-fondo.
”…Calava a mare, lo vedevamo spegnersi a fuoco viola sull’incerto orizzonte…”.
Una ricostruzione, quanto fedele non lo si sa, ma di una franchezza a tratti dura da tollerare. E’ il dolore che innanzitutto trova spazio qui: il dolore di bimbo, con una grande e particolare sensibilità, per le leggerezze e la “crudezza” della madre; per la morte improvvisa, assurda, dell’amico venerato; per la perdita in casa della anziana cameriera, che nulla possedeva. Trovare le parole per colmare dei vuoti – vuoti comunicativi soprattutto verso la madre - le parole che allora non aveva, per via della balbuzie e dell’età. “Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d'improvviso molta distanza da tutte le persone”. Tentare di colmarli oggi e non allora perché solo quando ci si avvicina alla propria, di fine, le cose vissute e incontrate, acquistano un valore e un senso definitivo: solo in quel momento si ha modo di capire il mondo che si è consumato durante la propria vita.
”…Per questo fummo Tirrenici, perché il giorno ci finiva davanti, in faccia al mare immenso e noto a noi”. …Ed io sono sempre qui (non qui), oltremare, sulla costa che si affaccia e si oppone alla nostra da ovest. Nonostante lo iodio non scarseggi affatto, quel Tirreno sotto casa mi manca come l’aria. E la mozz…..
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