Alternapoletani
Il vignettista risponde
Intervista a Riccardo Marassi
di Manuela Cuccurese

Quando arrivo alla redazione de Il Mattino Riccardo Marassi è proprio contento di vedermi anche perché “così posso uscire un po’ da qua”. Infatti mi porta, come al solito, in giro per la redazione e poi a prendere un caffè in piazza, non perdendo mai l’occasione di prendere per i fondelli i colleghi che hanno la “fortuna” di incrociare il suo tragitto. Sostiene che a nessuno possa interessare la sua vita ma, per fortuna, questo lo lascia decidere a me.

Sai che molti ragazzi della mia età ti immaginano “vecchio”?
Infatti fra qualche mese compio 50 anni. Il problema è che non li dimostro affatto, così porto la barba per darmi un tono.

Anche se credi che non gliene importi niente a nessuno ci racconti il tuo percorso? Quando e come hai deciso di fare il vignettista?
Ho cominciato a disegnare “strano” da piccolo, nel senso che alle elementari mentre i bambini disegnavano i prati e gli alberi, io disegnavo il sole che parlava e le automobili con gli occhi. Facevo fumetti semplicemente perché, avendo imparato a scrivere e leggere da solo, a quattro anni avevo cominciato a leggeri i fumetti. Ma la maestra mandò a chiamare mio padre perché pensava che questo “disturbo” fosse dovuto al fatto che ero un orfano… in più meridionale. Dopo la morte di mia madre ci eravamo trasferiti a Torino. Io non ero propriamente figlio di emigranti, la mia era una famiglia borghese, ma ero molto sensibile verso quella realtà, i miei amichetti erano tutti figli d’emigranti. Ricordo che una volta alla festa dell’albero, una recita scolastica per festeggiare l’arrivo della Primavera, suscitai un vespaio. Io ero un cespuglio e quando la maestra mi chiese perché non ero un albero avrei dovuto rispondere che ero troppo piccolo. Invece dissi “Perché sono meridionale e non hanno voluto lasciarmelo fare”. Un casino! Tra l’altro non so neppure come mi venne in mente una cosa del genere. Comunque alle medie sono tornato a Napoli.

E alle superiori? Un liceo artistico ci stava bene.
Sì, io avrei voluto fare il liceo artistico ma la mia famiglia pensava a qualcosa di più produttivo, così ho studiato chimica sia alle superiori che all’università. Sono un chimico io, pure bravo. Poi nell’84 ho vinto un concorso per autori di satira qui a Napoli e ho cominciato a fare vignette per la rivista N.d.R di Attilio Wanderlingh. Ero un freelance, collaboravo con Il Manifesto, Satyricon, Tango e Cuore. Facevo anche le illustrazioni per un telegiornale per bambini alla Rai finché non mi hanno censurato per aver disegnato un’elefantessa incinta.

Quanto ti pagavano per una vignetta?
Pochissimo, quando riuscivo a farmi pagare. Non si poteva certo campare con le vignette, lavoravo e facevo di tutto. Per mantenermi agli studi ero entrato anche nell’esercito, ero un tenente, poi ho preso congedo. E poi per fare questo lavoro non bastava e non basta semplicemente saper disegnare; ho fatto politica per anni e la seguo da sempre e sai bene quanto in quegli anni la politica fosse legata a forme di comunicazione alternative e quanto il fumetto si inscrivesse in quel clima. E per me era naturale tradurre tutto questo nelle vignette. Comunque è esattamente dal 27 Maggio 1987 che lavoro per Il Mattino e dal ’94 collaboro con Il Messaggero e Linus.

Come vivi la città tu che devi raccontarla e parlarci ogni giorno e che sei abituato a leggere le cose con occhi diversi?
Napoli, come qualsiasi altra città, è legata ai ricordi, è il posto in cui sono nato e cresciuto e l’affetto per la propria città è qualcosa che prescinde da tutto il resto. Quello che vorrei è che fosse una città “normale”; l’aggettivo più comune e sempre più abusato per descriverla è “straordinario”, nel bene e nel male. Invece io vorrei l’ordinario, vorrei più manutenzione e meno inaugurazioni. Quello che mi dispiace adesso è che il suo degrado va di pari passo con la sua irriconoscibilità da parte mia, non riconosco più i posti della mia giovinezza e le persone. È una cosa che coinvolge anche la percezione fisica della città.

Come la rappresenteresti?
Di solito con uno stereotipo: il Vesuvio. Il mio è maligno, è più la parodia dello stereotipo. La fortuna del Vesuvio è che si presta perfettamente ad ogni tipo di grafismo. È banale ma trova un altro vulcano riassumibile in maniera così immediata in due tratti di matita. Esiste? No.








12/03/2007
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