Non so se vi ricordate degli Epo: un gruppo rock napoletano che con l’album esordio del 2002, Il mattino ha l’oro in bocca, ebbe un notevole successo sia di critica che di pubblico. Ed era un successo meritato, senza dubbio.
Il disco era intrigante, potente, ben suonato. I testi molto interessanti ed il cantante e chitarrista della band, Ciro Tuzzi, mostrava stoffa da vendere. In più, all’interno del disco c’erano due splendide, intense e difficilissime cover: Amico Fragile di Fabrizio De André e Anna di Lucio Battisti.
Ora gli Epo, dopo cinque anni – a parte la ristampa del primo album – sono usciti con un nuovo disco, Silenzio Assenso. Frutto dell’intenso lavoro di un anno – dalla primavera del 2005 a quella del 2006 – e di una autoproduzione che finalmente ha posto fine ad alcuni problemi con la precedente casa discografica.
Cercando in giro per la rete troverete paragoni forti, impegnativi, importanti: leggerete di Radiohead prima maniera, di intensità alla De André, di Elbow e Beatles. Ma non lasciatevi impressionare, né tanto meno trarre in inganno: il sound degli Epo è intrigante appunto perché originale, una fusione di varie influenze che vanno a ricreare sonorità del tutto particolari, con la voce di Ciro Tuzzi che riesce sempre a creare un profondo equilibrio tra riflessione ed emozioni, teatralità e spontaneità.
I testi e melodie sono sempre molto curate, come lo erano anche quelle del primo disco. Disco che ricorda, stavolta ancora più del precedente, una sorta di diario personale di Tuzzi, nel quale ogni canzone è un capitolo di una storia autobiografica. Una storia che parte con l’intensa Pezzo commerciale estivo, propone brani orecchiabili come In Cattività e Il resto di trentacinque, la ballata Collins che ricorda da vicino i Coldplay di Parachutes, il rock vigoroso di Qualcosa è cambiato, passando per la possente cavalcata sonora del primo singolo, Sporco, le distorsioni sonore di Neve, il congedo sussurrato di Nella Tua Mente C'è Un Posto Segreto e l’omaggio a Mario Musella con Catarì (in ghost track).
“Un disco che scorre sottopelle, che si svela capitolo dopo capitolo e, alla fine, l’assassino è la vita stessa”, riporta una nota sul myspace della band. Questi sono gli Epo, questo il loro secondo album: rispetto all’esordio, si avverte una maggiore presenza dell’elettronica, uno spazio importante lasciato al pianoforte di Mario Conte, ma il marchio di fabbrica del gruppo è sempre bene in evidenza: un indie rock melodico e oscuro, che unisce gli ottimi testi della tradizione cantautorale italiana ad un’impostazione musicale che attinge a piene mani dal rock d’oltremanica. Questi ragazzi, insomma, sono davvero in gamba. Ascoltare per credere.
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