Medico napoletano specializzato a Trieste in Anatomia Patologica, Antonio Giordano ha deciso di trasferirsi negli Stati Uniti. È qui che, allievo del Premio Nobel per la Medicina Watson, collabora al Cold Spring Harbor Laboratory. Uno dei primi a scoprire un collegamento diretto tra la regolazione del ciclo cellulare e lo sviluppo del cancro, docente ordinario alla Temple University di Philadelphia, ha fondato a Philadelphia lo Sbarro Institute for Cancer Reserch and Molecular Medicine, di cui è tuttora Presidente.
La sua attività di ricerca gli è valsa svariati premi e riconoscimenti, fra cui il conferimento del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana da parte del Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Insomma uno di quei napoletani la cui esperienza ci ricorda che a Napoli, oltre tutto ciò che quotidianamente si dice, c’è dell’ "Alter".
I nostri lettori sono, in parte, giovani universitari. Mi piacerebbe che lei dicesse qualcosa sulla sua esperienza di studente emigrato, con tutte le difficoltà e opportunità che ciò ha comportato nella sua vita. La mia esperienza è iniziata più di 20 anni fa e non nego normali difficoltà iniziali di ambientamento. Ma quando ho iniziato ad interagire coi meccanismi produttivi e meritocratici, ho capito che emigrante non lo sono mai stato, ho solo trovato un Paese all’avanguardia per chi ha voglia di migliorare.
Quali sono le differenze che l'hanno indotta a mettere definitivamente radici in un ambiente culturalmente e socialmente tanto diverso dal nostro? Senza dubbio, come dicevo, l’idea che chi ha talento e idee può metterle in pratiche ed essere apprezzato, al di là di qualsiasi tua origine sociale o familiare. Lo Sbarro Institute - www.shro.org - è nato grazie al finanziamento della catena di ristoranti Sbarro, il cui capo Mario Sbarro ha avuto il coraggio e la convinzione che le idee di ricerca che portavo avanti potessero portare i suoi frutti. Quest’anno sono già 14 anni dalla nascita dell’Istituto.
Cosa potrebbero imparare, rispettivamente l'uno dall'altro, il sistema universitario italiano e quello statunitense? Il sistema italiano potrebbe imparare a essere più veloce, concreto e meno legato ad interessi di parte. Premiare chi dimostra di rendere sul serio, chi, nell’ambito didattico, propone pubblicazioni o lavori di ricerca validi. E facilitare lo studio e la vita all’interno dell’università degli studenti. Sinceramente il sistema universitario americano ha poco da imparare dal nostro, visto anche le classifiche mondiali che mostrano un gap evidente tra le due realtà. In Italia ancora troppe persone impiegano il proprio tempo per criticare coloro che, nel frattempo, lavorano e realizzano concretamente programmi di ricerca.
Lei collabora con diverse Università italiane. Qual è lo stato di salute della nostra Università in termini di ricerca e sperimentazione, e quella napoletana in particolare. Cosa pensano di noi i suoi colleghi staunitensi? Chi vive quotidianamente la ricerca negli Stati Uniti ha grande curiosità verso il mondo del lavoro e l`impegno europeo nella ricerca. La nostra università, parlo di Napoli, avrebbe grandi potenzialità se solo avesse più coraggio e voglia di investire su progetti importanti.
Crede che l'allargamento del progetto Erasmus alle università U.S.A, proposta fatta in Commissione Europea recentemente, possa essere una prima boccata d'aria per i nostri atenei o si corre il rischio di incentivare ulteriormente la fuga dei cervelli? La fuga dei cervelli è un finto problema. La realtà è che bisogna incentivare la formazione all’estero, ma dando la concreta prospettiva di far tornare ad applicare le proprie nuove conoscenze nel proprio Paese d’origine.
Spesso in Italia si critica il sistema sanitario statunitense. Lo si ritiene troppo classista. Di fatto però il nostro modello, in molti casi (vedi regione Campania) versa in enorme crisi. Esiste, secondo lei, una via mediana? E` molto lontana? Difficile dirlo, allo stato il sistema statunitense, pur con le contraddizioni a cui faceva cenno, ha un elevato grado di professionalità. In Italia il pubblico, invece, spesso non è all’altezza, e bisognerebbe renderlo un po’ più privato e controllabile per quanto concerne l’efficienza.
Lei ha creato una fondazione in Umbria e un programma di ricerca a Siena, in cui attualmente sono impiegati venti ricercatori italiani. Come finanzia questo tipo di attività? In che rapporti è con le istituzioni italiane? Recentemente il Presidente della Commissione Sanità al Senato, il sen Ignazio Marino, ha visitato il nostro centro di Siena. Questo significa che un rapporto con le istituzioni esiste. In realtà si tratta di un rapporto che c’è nella misura in cui noi non chiediamo nulla allo Stato italiano. Il centro di Siena è finanziato da capitali statunitensi concessimi sulla base della mia credibilità personale e, mi creda, dare lavoro a venti ricercatori in meno di un anno non è cosa da poco. I finanziamenti italiani vengono assegnati in base all’appartenenza a determinati network e senza valutazioni di carattere meritocratico e talvolta le resistenze maggiori provengono dallo stesso ambiente accademico.
Passiamo alla nostra città. Da Napoletano emigrante, come trova Napoli ogni volta che vi torna? Napoli è la città che più amo in assoluto, non posso che essere felice quando torno. Ci sono mille e più problemi ed è davvero un peccato che non si cerchi uno sforzo comune per risolverli, almeno in parte. Ma resta il suo fascino.
Tornerebbe in Italia e a Napoli? A quali condizioni? Alle mie, naturalmente.
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Giordano con il Senatore Ignazio Marino
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