Peppino Lo Cicero è un uomo qualunque. Un gregario della camorra come tanti altri, con una lunga e mediocre carriera alle spalle. Mai è riuscito a liberarsi di quel mondo fatto di morti facili e tradimenti, mai ha voluto veramente liberarsene. E’ stato uno che in fin dei conti si è accontentato sempre. Fedele alla “famiglia”, rispettoso e ubbidiente verso il suo sovraordinato. Vedovo della bellissima Immacolata - che ricorda come un angelo, come un fiore - perderà in un agguato, alla fine del primo dei cinque capitoli (“Lacreme napoletane”), anche la sua ultima ragione di vita: il figlio Nino. Questo tragico accadimento lo porterà ad una brusca svolta. Conscio di non avere più nulla da perdere e di esser stato tradito, nostalgico di grandi imprese del passato, distrutto dal dolore per il lutto inaspettato, deciderà di prendere in mano la situazione e di dettare, per una volta e da solo, le regole del gioco. E con sé, volente o nolente, in questo vortice di folle e lucida vendetta, trascinerà altre persone. Per una di queste il coinvolgimento sarà fatale e per il nostro sarà il più insopportabile dei rimorsi.
Igort - il “papà” di Peppino, autore di questo gioiellino di romanzo grafico (vedi Cultura ndr) – è un anti-uomo qualunque. Tra quegli artisti dalla poliedricità, per forza di cose, ammirabile; dal curriculum professionale che sa quasi di bufala, di beffa, a noi comuni mortali. Ha concepito “5 è il numero perfetto” durante un soggiorno a Tokio, lo ha distribuito in ben 9 paesi, ha vinto diversi premi e lo ha anche trasformato, insieme ad Egidio Eronico, in una sceneggiatura per il Cinema.
Vi confesso: mi accosto da poco a opere di questo genere, e non sono mai stata una grande cultrice della narrazione attraverso disegni “immobili”, a differenza di ciò che è racconto visivo dinamico e fluttuante, grazie al mezzo cinematografico. Ho ritrovato qui dei giochi di ombre di grande raffinatezza; molto spazio dato a visioni oniriche o simil oniriche, del protagonista o per il lettore. Numerosi flashback funzionali all’enfasi di teneri ricordi, e riflessività del mezzo: più volte si ritrovano fumetti come elementi – e mi verrebbe da dire “veri e propri feticci” - di grande importanza per la narrazione. Ho ritrovato ampio spessore in personaggi dai volti ampi 2 centimetri; alternanza di quadri ricchi di elementi (soprattutto gli interni), e quadri scarni e minimalisti (asfalto/pioggia – auto/pioggia – profili/pioggia). Ho ritrovato movimento. Assolutamente, anche qui.
La tecnica – bicromia con l’aggiunta del blu – utilizzata da Igort propone una Napoli reinventata da film noir, una Napoli che rispecchia nella forma e nei paesaggi le ansie, gli incubi, la violenza di chi ci vive. Città dove, al contrario di come accade in realtà e nell’immaginario comune, piove sempre. Altrochè, diluvia. Un cielo perennemente cupo. Niente golfo, Pino, panoramiche con il Vesuvio sullo sfondo. Il Tirreno diventa un laghetto sul quale vediamo Peppino intento a pescare. Per avere un po’ di calore, di luce, bisognerà spostarsi nel finale a Papassinas. Una nota di merito – da feticista dell’oggetto-libro - la darei anche al packaging dell’edizione della Rizzoli (2006), il quale non lascia presagire alcunché riguardo la storia. La copertina infatti fa molto Hitchcock, e ha tutta l’aria di accogliere un giallo di quelli made in England. Desidero, inoltre, riproporre in breve la lezione – teoria a tratti consolatoria - che Peppino impartisce a suo figlio, reo di entusiasmarsi per l’Uomo Gatto che combatte i delinquenti: “’O munno non funziona a casaccio…’O vide ‘o cruciverba? ‘A vide a casella bianca? Ecco, ‘a casella bianca se vede pecchè ci sta ‘a casella nera. E’ la magica sintonia! E se uccidi tutti i delinquenti ‘e ‘stu munno si arruvina l’equilibrio biologico. O’ capisce chesto, capa tosta?”
Sono dell’idea che quando un personaggio resta – per il periodo in cui si vive la sua storia, e per i giorni seguenti – attaccatoci addosso, a “disturbarci”, il narratore già per questo ha fatto metà del suo dovere. Igort riflette sullo status di Peppino, ”non certo un eroe come le gran di saghe mafiose”, dicendo che sarebbe un grande successo per lui se ci affezionasse a questo maldestro assassino. Per quanto mi riguarda, l’obiettivo è stato centrato in pieno.
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