IGORT, filopartenope perfetto
Intervista a Igor Tuveri
di Noemi Cerrone

IGORT – Igor Tuveri – nasce a Cagliari nel 1958. E’, tra tante cose, l’autore di 5 è il numero perfetto.
La prima legittima domanda ad un autore che napoletano non è, non poteva prescindere dalla scelta di ambientare proprio a Napoli la sua storia. Cosa che, tra l’altro, ci onora enormemente.
Perché?

Napoli è una città che amo particolarmente, fatta di contrasti, di fasti culturali immensi, un dolore antico, di un'ironia maestra di vita. Potrei stare a parlare della mia Napoli per giorni e giorni. (Igort sarà a Napoli ad Aprile, in occasione della prossima edizione del Comicon, con ben 5 mostre dislocate nella città ndr).

Come nascono la caratterizzazione, atmosferica e paesaggistica, della città così lontana dal reale e il protagonista Peppino Lo Cicero?

Da anni faccio musica con musicisti napoletani, vengo a Napoli molto spesso. Dopo uno spettacolo teatrale musicale nel quale raccontavo l'italia vista dal resto del mondo ho pensato di fare una storia ambientata in un luogo che amavo. Ero in Giappone in quel periodo e forse quando sei lontano le idee, i ricordi si tingono di una vena nostalgica. Fare una storia partenopea mi è apparsa come la cosa più interessante, come ipotesi, perché Napoli, oltre a caratterizzarsi per cose di cronaca nera, era anche la culla di teatro e musica importantissime.
Il libro è stato pubblicato in tredici edizioni, in tutto il mondo. Sai una cosa? Molti mi chiedono di Tarantino e Kitano, mi domandano se erano i miei numi tutelari, ma chi mi teneva per mano mentre pensavo e scrivevo erano piuttosto Eduardo o Viviani. C'erano tutta una serie di cose che si mettevano in fila come in un teatrino di altri tempi. La storia della sceneggiata, quella della compagnia Cafiero Fumo al Trianon, la canzone di giacca, e via dicendo.

Come te la sei cavata per i testi in dialetto?

Canto in napoletano e i miei amici parlano in dialetto con me. Quando ho scritto l’ho fatto in Napoletano; poi Michele Vietri, un caro amico, ha rivisto i testi, ne ha corretto gli errori, ha perfezionato l'idioma.

Davide Occhicone, su lospaziobianco.it, alla fine di una ricca recensione, scrive: "il reato grave del quale si macchia l'autore […] è l'aver riprodotto su un muro della città il piccolo Gennarino, mascotte della squadra del Napoli, con il numero due che indicava il secondo scudetto vinto […] nel 1972 i fasti di Maradona erano di là da venire…”. Come replichi?

Mi sembra un'osservazione futile. Che aprirebbe una lunga discussione su cosa sia il realismo. Io non sono un autore che privilegia questa visione. Se leggendo un libro ci si ricorda solo di un dettaglio insignificante come questa cosa, che è pura licenza poetica, allora forse c'è qualcosa che non funziona.
Stiamo pazziando? Si recensisce un lavoro di dieci anni prendendo a pretesto una scritta sul muro? Avrei potuto corregger questo dettaglio in tutte le edizioni successive e invece l'ho lasciato. Non mi pare molto rilevante sinceramente.

La tua, una carriera invidiabilissima: c'è anche qualcosa in cui ti senti manchevole e c’è qualche angolo artistico che intendi perlustrare maggiormente?

Ma non lo so, non vivo in questo modo. Ho ancora il vento in faccia di tutti i progetti e i desideri di storie che si sono accumulate sul comodino, nei quaderni in cui annoto spunti e dialoghi. Non sono ancora defunto, non ho tempo per i rimpianti o i consuntivi.

Come nasce la passione per il fumetto e di che ispirazioni e contaminazioni si nutre? C'è stato qualche maestro importante nella tua vita?

Da quando ero bimbo ho sempre saputo che avrei raccontato storie. Sarà che nella nostra famiglia non si faceva altro: il disegno era non solo capito ma anche incoraggiato. Comunque sia ho cominciato a copiare i cavalli di Lucky Luke a sei anni, i super eroi americani a dieci e poi ho cominciato a pormi domande su domande: cosa voglio raccontare? Come posso dire cose che parlano della cultura in cui vivo? Della vita che vedo sotto i miei occhi?
Il fumetto è questo: una macchina che permette di viaggiare nello spazio e nel tempo. Basta lasciarsi andare.

Viaggiare tanto ti ha mai creato qualche "problema"?

Viaggiare è un modo per conoscere se stessi, non solo i luoghi che frequenti. occorre essere in pace, in equilibrio. Conoscere le proprie solitudini è il modo di stare a fare racconti. Si sta soli, nel proprio studio , chini sul tavolo, a scrivere, progettare e disegnare. Quindi no. Non mi crea problemi, se non fosse quando viaggio troppo spesso, allora puo' esserci un senso di spaesamento. Che si esaurisce di solito in pochi giorni.
Mi basta avere un libro o un block notes e ovunque sono a casa.



Il blog di Igort: igort.blogspot.com

Igor Tuveri, in arte Igort
Igort con Gipi

22/02/2007
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