Il flauto in loop
Intervista a Riccardo Veno
di Luigi Picazio

C’è un’officina di suoni. Dilatati, intrecciati, sovrapposti. Di quelli che annullano la distanza tra il palco e lo spettatore. Ma non c’è nessuna orchestra, o meglio, l’orchestra c’è ma è invisibile, è un mondo in presenza di cose (i suoi strumenti) che si materializza attraverso l’alito di chi lo invoca.
Sembra di assistere ad un equivoco di plurali e singolari. Riuscito, per di più.
In realtà si tratta di un ossimoro: "Il silenzio di Orfeo". Concerto per fiati, loops e piccole visioni video, recentemente ospitato dal Teatro Augusteo nell'ambito della rassegna sonora NapoliMondo. E dietro quell’ossimoro ci sono Francesco Albano e Riccardo Veno, col quale ho scambiato due chiacchere.

La tua biografia appare come una geografia di continui spostamenti tra il jazz, la danza e la recitazione. Il Veno "nomade" dove si trova più a suo agio?

Devo confessarti di esser nato come musicista (nel 1988 si trasferisce a New York, dove studia per due anni il sassofono), ma ho sempre assecondato quell’urgenza interiore che mi spinge alla ricerca. Il mio tentativo consiste nel trovare una sintesi efficace tra diversi moduli espressivi e tre mondi diversi così vicini: il teatro, la musica e la danza.

Come giudichi il fenomeno “elettronica” nel tuo rapporto con differenti forme di espressione?

Nutro un notevole interesse per la sperimentazione elettronica - penso a Stockhausen, per esempio - e il suo aspetto performativo. Mi permette di ricontestualizzare il suono acustico dei miei strumenti (come ne “Il silenzio d’Orfeo”) e di arricchire la composizione, conferendole un "senso ulteriore".

Chi potrebbe richiamare, pur vagamente, il tuo approccio alla musica. Spulciando tra le collaborazioni leggo Raiz, Gragnaniello…

E’ una domanda "difficile". I personaggi che hai citato hanno un background musicale molto differente dal mio. Hanno loro peculiarità. Gragnaniello, ad esempio, ha una spiccata sensibilità musicale e una forte radice partenopea. D’altro canto, ho firmato con Rino (Raiz) il concerto-spettacolo "De Pithecantropo Erecto", jazz-reading sul tema del conflitto fra le razze, proponendo Mingus e Arendt.

Passiamo al teatro. Gli attori-registi Antonello Cossia e Raffaele Di Florio hanno condiviso buona parte della sua produzione. In quali circostanze è maturato questo proficuo rapporto professionale?

Io, Antonello e Raffaele siamo legati da un’amicizia che dura da molti anni. La firma artistica CossiaDiflorioVeno è il risultato di questa affinità elettiva scoperta tempo prima, sul palco. Sono particolarmente soddisfatto dalla qualità dei nostri lavori.

Molte rappresentazioni rimandano a Leopardi, Dante, Pasolini, Beckett. Quali sono gli altri autori che “stuzzicano” la tua fantasia?

In questo periodo sto studiando i "Quattro quartetti" di Thomas Eliot. Ho intenzione di realizzare un progetto partendo da quest’opera.

Napoli ha un “circuito” che stabilisce un relazione relativamente stabile tra artista e spettatore oppure dobbiamo affidarci a qualche breve rassegna durante l’anno?

Ammetto che Napoli vive un periodo di stasi. Molti locali chiudono e “l’offerta”, conseguentemente, diminuisce. Ne risente una scena terribilmente lontana dal fervore dei primi anni ’90.

14/02/2007
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