Che sia fatta la volontà di Orwell o Poe non fa differenza. Purtroppo.
Dedicare l’ora alla narrativa è un po’ come preparare una trappola di carta moschicida invisibile, su ogni banco, dopo aver assunto quel boia della noia provvisto di ghigliottina. Dopo il suo passaggio tra i banchi, la scriminatura in testa è ben visibile, la nuca si rivolge al cielo, e del viso se ne perde ogni traccia, riposto com’è tra braccia intrecciate come cesti di vimini. Qualsiasi forma di comunicazione dello studente si riduce ad uno scambio gassoso con l’ambiente circostante. L’apatia commercia in sbadigli.
E’ la desolante visione di una camera iperbarica, provvista dell’ultima suoneria polifonica scaricata. Passano personaggi, comparse, luoghi e storie. Ad un centinaio di chilometri da chi dovrebbe ascoltarli.
Dal canto nostro, una proposta l’abbiamo. Una semplice associazione di idee, istintiva. Forse qualcosa può far da sponda agli sguardi distratti fuori la finestra, riportandoli in classe. E forse, quel qualcosa, potrebbe essere l’adozione negli istituti secondari superiori di “Gomorra”.
Perché un testo del genere, a Napoli e in provincia, ha una duplice valenza: racconta la particolare anatomia della nostra realtà e offre l’opportunità di “prenotare” una visita ambulatoriale, discutendo, liberando una particella di esperienza personale sedimentata nel privato. Promuovere l’esperimento di una lettura collettiva del libro di Roberto Saviano, dunque di un perfetto chiodo nel cervello. Non ce ne vogliano gli eterni classici in cartella e le seguenti edizioni.
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