Permanenti, all’hennè, o di "pellicola" che si fanno e disfanno con un po’ d’acqua. Colorati, tribali, maori, fantasiosi, eleganti, obbrobriosi. Chi nella propria vita non ha provato almeno una volta l’ebrezza di scoprire una parte del proprio corpo e mostrarlo, lì, in tutta la sua bellezza e (presunta o scongiurata) originalità, vero o finto che fosse. Ebbene, tutti gli appassionati già sapranno che il 4 e il 5 novembre al Palapartenope si è tenuta la quarta edizione della Tattoo Expo’, la fiera del tatuaggio che ha raccolto quest’anno ben 60 espositori, letteralmente assediati per due giorni da tutti i “tatuaggiofili” di Napoli e provincia.
Una mostra che ogni anno riscontra sempre una notevole risposta da parte del pubblico che, a testimonianza dei tempi che si evolvono, diventa sempre più vario: dalla famiglia con tanto di figli al seguito, alla coppia di fidanzati, fino a particolari personaggi che più che persone tatuate sembrano tatuaggi personificati. Gli stand sono adibiti a veri e propri studi, e il giro attraverso i vari corridoi è accompagnato da un sottofondo fisso – il ronzio degli aghi elettrici che rimbombano in tutta la mostra. “Che è musica, oramai, per chi è abituato a conviverci quotidianamente” spiega Fabio, uno degli espositori, che continua: “Tatuare è un’arte, e come ogni arte che si rispetti è qualcosa che ti porti dentro fin da piccolo. Nel 1999, durante una gita scolastica in Francia, feci il mio primo tatuaggio, e lì capii che quella sarebbe stata la mia strada”.
Soddisfare il cliente è una regola importante di questo lavoro, e molto spesso bisogna sottostare anche a richieste un po’ particolari. “Una volta mi venne richiesto di tatuare su un avambraccio Zio Paperone con dell’oro in mano…” racconta Fabio ridendo. Passione per la Disney? Buon auspicio per il futuro? Chi può mai sapere. Fatto sta che l’originalità, non solo nell’interpretazione della richiesta del cliente, ma anche nella creazione di un qualcosa di proprio, è un dogma del mestiere del tatuatore.
Che come qualsiasi mestiere che si rispetti annovera nella sua tradizione grandi maestri che hanno fatto scuola per molti: chi a Napoli non ha mai sentito parlare del leggendario e bizzarro “Benny” (“American Tattoo” a Pozzuoli) piuttosto che di “Dylan Tattoo” (Via Salvator Rosa) o “Tatto Enigma” ( Via Petrarca). Ma al di là del fattore estetico e delle mode, che cambiano come cambiano le stagioni, mi viene spiegato che praticamente dietro ogni tatuaggio si cela un significato, e non a caso molto spesso vengono fatti in particolari momenti della propria vita, quasi a suggellarli per sempre. Abitudini che si avvicinano quasi alla superstizione, come quella di avere tatuaggi sempre in numero dispari, perché altrimenti “porta male!”. E questa volta – stranamente - la tradizione napoletana non c’entra affatto.
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