OrdinariaEmigrazione
Necessariamente tournèe
di Noemi Cerrone

Premessa: la seguente è una testimonianza di un padre – di un uomo - raccolta da sua figlia (che sarei io). Un padre che, come la figlia undici mesi or sono, un bel po’di anni fa (ventuno, per la precisione) scelse di emigrare. Il dove è stato il destino a sceglierlo (Bologna), destino perlopiù di pratiche-burocratiche-post-richieste-di-trasferimento, poiché le preferenze erano varie, ma una, la sola, prioritaria esigenza: abbandonare la città natia.
Per voi mi travestirò, mi dichiarerò giornalista free lance in missione, mentirò sulle mie generalità: mi darò un tono insomma. Chissà che non ci caschi…

Professore al liceo classico in pensione, attore di teatro, art director, drammaturgo, animatore, prestigiatore o meglio mago clown, figurante cinematografico, e quant’altro. Prof. Cerrone, o meglio, Giuseppe, quale di queste “definizioni” predilige e quale invece crede le si addica di più?

Attore di teatro, per la prima che mi ha chiesto. Con la qualifica che mi affibbiò un critico molti anni fa: misurato. Non amo il guittume, per capirci, in cambio di un facile applauso. Per la seconda mago clown, ruolo che assumo per gli spettacoli cosiddetti per bambini. Sia al Sipario club, con una quarantina di posti, che al Teatro Comunale di Gubbio, con migliaia di spettatori, il consenso è unanime.

Napoli, la si abbandona principalmente perché? E quanto tempo impiegò a maturare la sua di decisione di andar via?

Perché esausti, come scrive Roberto Saviano sull’Espresso di questa settimana. Mi rubarono prima tutta l’attrezzeria teatrale. Poi, nel giro di un mese, mi sparirono un Camper Westalia, una Golf GTD appena comprata, ed una A112 prestatami. E non ho più visto 5 milioni, dati come caparra per l’affitto di una casa. Ed il proprietario era una carabiniere, non un contrabbandiere. Non ci misi molto, come insegnante di latino e greco, a chiedere un trasferimento a tutto campo: Roma e provincia, Firenze e provincia e Bologna e provincia. La sorte mi ha sbarcato ad Imola.

Crede di aver fatto qualcosa in passato, nel suo piccolo, per cambiare in positivo la sua città?

Ho portato a Napoli nel 1980 il più importante drammaturgo romeno contemporaneo: Marin Sorescu. In collaborazione con Luigi Nespoli abbiamo prodotto e rappresentato in prima nazionale “Giona”. Ne abbiamo pubblicato il testo, ed abbiamo realizzato due settimane di repliche al Sancarluccio, con la presenza dell’autore.

Nell’ambito artistico e con il suo lavoro, quanti napoletani-emigrati ha incontrato? La maggior parte contenti o son molti i nostalgici amareggiati?

Parecchi, un bel numero. E sono tutti ben integrati nella realtà sociale: qualcuno è stato anche eletto consigliere al Comune di Bologna. Sono per lo più soddisfatti di quello che fanno, ma sono altresì amareggiati per non poter fare le stesse cose nella loro città. Una coppia di pediatri, miei amici, è stata costretta a fuggire ad Arezzo da Fuorigrotta, grazie alle attenzioni della camorra.

Mai avuti, benché minimi, problemi di integrazione? Crede che l’esser napoletani possa per lo più agevolare nella vita sociale o penalizzare?

Sì, qualche volta a Imola, perché dicevano che facevo troppo teatro e poco scuola. Ma non è successo niente di grave. Ci sono rimasto finché ho voluto, e con le mie idee. I napoletani che vivono a Bologna sono trattati per lo più alla pari, per la loro operosità. Gli altri, che vengono solo per motivi di lavoro, possono anche essere schiavizzati, come gli altri, nei subappalti edilizi, o essere inseriti in attività principalmente marginali.

C’è qualcosa, Mozzarella e Vesuvio a parte, che le manca particolarmente di Napoli? E qualcosa di bizzarro o di atipico, insomma, di Alter?

Mi manca molto lo scantinato dove sono nato e cresciuto. Ora c’è lo studio di una pittrice. E Villa Sicoli, nel suo insieme. Non come è ora: un cimitero degli elefanti. Ma con le grida , la felicità e i giochi di noi bambini scodellati uno dopo l’altro, finita la guerra.

Giuseppe, la ringrazio, è stato molto gentile. In bocca al lupo per ogni sua attività.
Inchini. Applausi. Sipario. Silenzio.

(…Ué’ papà, mo’ iammucenn’ a ffa na pizz’!)








15/09/2006
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